#piccolecosebelle

Il sole di primavera che si riflette sulla porta della cucina.

Una lavagnetta di messaggi carini.

Star sul balcone e sentire i vicini uscire da casa:
“Andiamo a scuola col camion.”
(voce di microbimbo) “Sì, dove sta?”
“A sinistra.”
(voce di microbimbo perplesso) “Sinistra…”
Quanto ti capisco microbimbo!

Un mazzo di ranuncoli che sboccia in un vaso.

Scegliere un pastello in una scatola piena di colori.

Scrivere con una penna a forma di fiore.

 

Stamattina mi sono alzata un po’ così. A metà tra una malinconia logorante e una serenità disarmante. Tengo a bada la tristezza sognando di vivere in un mondo diverso, a volte fa bene, a volte meno. Come due facce della stessa medaglia. 

Peccato che quella medaglia sia io. 

Giornate di primavera

Non starò ad annoiarvi con le giornate del Fai. Se non le conoscete, andate a informarvi.

Oggi sono andata alla scoperta di un posto che conoscevo bene, ma in alternativa agli altri aperti, forse era quello che valeva la pena vedere: il Castello di Carlo V a Lecce.

Non ne so nulla di storia dell’arte e archeologia e restauri e affini, ma su quel castello ci son passate talmente tante mani che non ha più un’identità definita, finendo per essere spogliato di quasi ogni riferimento storico. Nonostante tutto rimane un tesoro prezioso, eco di fasti che Lecce ha conosciuto bene.

A “guidare” le visite, gli studenti del liceo classico Virgilio, accompagnati da qualche insegnante che ci ha tenuto a far sembrare la loro “prova generale di guida turistica”, un’interrogazione di storia dell’arte e di storia del territorio. Stia tranquilla prof, il 90% di quelli entrati non è interessato alla guida, e il restante 10% se ne frega se vengon dette cretinate durante la visita.

Appena voltato l’angolo per raggiungere il castello, ci accoglie una fila. Immensa, quasi mostruosa per essere così presto una domenica pomeriggio. Ma rassegnate facciamo la fila, dietro una signora dall’ombretto di colore uguale al giubbotto (o dal giubbotto dello stesso colore del suo ombretto) e davanti a una donna riccia che sembra esser sola.

Sembra, almeno finché riesce a superare un po’ di gente e portarsi avanti. Quasi senza farlo notare. Quasi.

T’abbiamo vista cara. Se t’abbiamo fatto passare è perché sei squallida.

Cosa porto a casa di questo pomeriggio?

I sorrisi e gli abbracci. Le gallerie sotterranee del castello. Il giro per le librerie.

E un cd di Johnny Cash a 3.90€.

Con la faccia della cassiera di Feltrinelli che sembrava glielo stessi rubando quel cd. Li avete prezzati voi, mica io.

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Lo stupore e la contentezza.

Credo sia vero che l’uomo non si accontenta mai.

E in un mondo che corre alla velocità della luce, in cui non si fa in tempo a ritenersi soddisfatti di qualcosa che da qualche finestra, virtuale o reale, spunta qualcosa che riteniamo migliore, forse manca la capacità di stupirsi ancora, di amare ciò che ci circonda.

Sì, è una riflessione che viene da qualcosa di strettamente materiale. Perché ieri ho finalmente acquistato un pc nuovo (dopo molto ponderare, ma ora sono decisamente “in love” ♥), e sono uscita dal negozio che sembravo una bambina sotto l’albero di Natale.

Invece, intorno, il piattume. Non so se si dica così, ma le espressioni di chi ha già tutto, e vorrebbe di più, e non trova ancora quel di più.

Mi intristisce chi non riesce a sorridere per delle piccole cose belle, per chi non si stupisce più delle piccole sorprese che la vita ci fa.

E il discorso si allarga.

A chi non si innamora di quel granello di sabbia sulla spiaggia, di quella conchiglia,

di quel raggio di sole che colpisce i capelli della persona che ci è accanto…

Non so se questo discorso sia deprimente, ma alla fin fine non più di tanto. Basta ricominciare a stupirsi. Per tutto.

Come quei giorni in cui esci di casa, e l’inverno è finito.

Riprendere la bici dopo… bè, dopo qualche anno.

Andare a passeggio per le campagne e respirare la primavera, il sole negli occhi, il vento tra i capelli.

Avevo dimenticato la sensazione della bici che corre, lanciata su una piccola discesa, o la fatica dell’affrontare una salita.

Avevo anche dimenticato la sensazione del sederino a ciambella dopo un’ora di bici.

Ma ne valeva la pena.

Ciao Primavera!!!

Cancellare lo stress del dover portare la macchina dal meccanico per far cambiare l’olio?

Si può. Con una bella passeggiata al sole, e i profumi della primavera intorno.

Fossi stata allergica sarei morta, ma mi risparmio almeno questa sfortuna. E allora, è bello passare per la villa comunale e vedere qualche anziano a passeggio a godersi il sole, è bello muovere quei passi lentamente e guardarsi intorno, come se non si conoscesse il posto in cui si cammina.

Ricaricare le batterie in qualche modo.