Il terrazzino dei gerani timidi [Anna Marchesini]

Sono cresciuta col Trio, quando hanno preso strade separate per me erano comunque circondati da quell’aura sacra che hanno gli “eroi” per i bambini.

Così, quando ho scoperto che Anna Marchesini scriveva, ho inserito i suoi libri in wish-list, senza aver mai il coraggio di comprarli veramente. Un po’ per la paura di rimanere delusa, un po’ per non togliere quell’aura a una donna che col tempo avevo imparato ad apprezzare sempre di più.

Fino a che, con la sua scomparsa dell’anno scorso si è, in un certo modo, fatto urgente il bisogno di scoprirla un po’ di più, come scrittrice, ché quando si scrive viene fuori ogni cosa di se stessi, senza neanche accorgersene.

In “Il terrazzino dei gerani timidi” ho trovato una donna introspettiva, riservata, malinconica ma determinata.

Ed è questa la cosa che ho apprezzato di più: la capacità di raccontare un’infanzia, un modo di essere, un’epoca in cui alle bambine non era dato di essere altro che bambine, piccole donne fragili, spaventate da nulla, prede di attacchi nervosi.

Il terrazzino dei gerani timidi è la storia di una maturazione, che maturazione non è, è la presa di consapevolezza di se stessi e del cambiamento, è il prendere coscienza che anche quei gerani pallidini, che crescono e fioriscono su quel balcone, hanno il loro posto e la loro funzione nel mondo.

Anna Marchesini ha un modo molto particolare di scrivere, uno stile quasi parlato con vocaboli ricercatissimi e altri probabilmente inesistenti o adattati all’uso. In alcuni punti ricorda Joyce e il suo flusso di coscienza, anche se poi l’impressione è più che stia raccontando qualcosa tutto d’un fiato, per poi accorgersene e ricominciare da capo.

Probabilmente è un giudizio di parte, per l’affetto che ho per la scrittrice, ma ho trovato il libro piacevole, bello da leggere, permeato di quella malinconia dolcissima che solo alcune persone sanno raccontare. A tratti poco scorrevole, in un certo senso rimane incompleto nella sua struttura, e ciò, forse, lo rende debole in alcuni punti.

Ho ancora Moscerine e Di mercoledì da leggere, ma credo aspetteranno ancora, poi sarà veramente un addio.

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“Hai mai veduto all’alba, sulla riva del mare, quella fila di piccole impronte, lasciate sulla sabbia da qualche uccello che, approfittando del silenzio e della solitudine, ha passeggiato indisturbato, padrone assoluto della spiaggia? Voilà come sono i sogni, il sogno è come quell’orma che l’uccello imprime sulla sabbia, appena sulla riva si infrange un’onda, le orme vengono spazzate via, scompaiono tutte nel tempo di un’alba.” “No, per me invece, il sogno non è l’orma, il sogno è quell’uccello.”

Titolo: Il terrazzino dei gerani timidi

Autore: Anna Marchesini

Edizione: BUR Rizzoli, 2011 Paperback

 

 

 

Digressione

Lezioni Americane

Una letteratura che abbia fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia e nello stesso tempo della scienza e della filosofia.

Una serie di lezioni per l’Università di Harvard, in realtà un augurio e una lista di irrinunciabili per la letteratura, per non sentirsi travolti dalla modernità.

Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. E i loro contrari.

Quello che io ho preso da questo libro è la vivacità per la mia anima in un periodo di arido deserto, e una serie di libri da leggere (tempo, mi serve tempo!).

Oltre alla conferma che se avessi vissuto negli anni di Calvino scrittore, sarei diventata la sua stalker più innamorata.

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Summer is coming, e anche tutti i pensieri sparsi.

Eh sì, è un po’ che non scrivo.

Perché in realtà è da un po’ che mi si è svuotata la mente da ogni pensiero che non siano numerinumerinumeri.

Il che vuol dire che leggo meno (molto meno), guardo meno tv, dormo meno, bevo meno, e mi stresso di più (qualcosa in più doveva esserci).

Nel frattempo però, non sono stata completamente ferma. Sto rileggendo la saga di Harry Potter, in originale, perché per me Harry è come tornare un po’ a casa, e ho bisogno di farlo.

E proprio mentre riguardavo il film del prigioniero di Azkaban, sabato scorso, riflettevo su cosa di bello si può trovare in questa saga. Perché non è solo la magia, non è solo un modo di scrivere che ti porta a credere che tutto sia vero, è quello che c’è scritto che conta. Il trattare la perdita, il lutto, l’amore, in quella maniera stupenda come solo i grandi scrittori sanno fare, quei grandi scrittori che conoscono in prima persona quello di cui parlano.

Perché ci sono quelle storie che rimangono storie, e ci sono quelle che ti entrano dentro, si prendono quel posto lì, nel cuore, rendono i personaggi a te familiari, e non se ne vanno più.

Quindi sì, Hogwarts. Perché quando la vita ti toglie ogni briciolo di magia, tocca a te andartela a riprendere.

E poi, un bel giro in libreria, spendere l’ultimo buono regalo fino all’ultimo centesimo, una serata con gli amici, una giornata al mare, una cena e le risate, qualcuno che torna a casa dopo un’assenza pesante.

Come piccoli pezzi di un puzzle che con fatica cerca di tornare a posto. E se non lo facesse del tutto?

Si possono sempre disegnare i pezzi mancanti.

Almeno ci si può provare.

Prima o poi siamo tutte Serena Frome. Con meno fortuna, forse. [Miele]

Esistono scrittori che sanno costruire una trama perfetta e poi scivolano sul finale.

Esistono scrittori che narrano in prima persona e non riescono a cogliere alcune sfumature.

Il McEwan di Miele non è né uno né l’altro.

Miele è un romanzo lento nel suo inizio, ingarbugliato e “strano”. Una spy story in cui non vedi la componente spy fino a che non entri bene nella testa della voce narrante, Serena Frome (“fa rima con plume“): ragazza carina, bionda, alta e tremendamente “sfortunata”, una di quelle che si trovano la vita scelta da altri, che si trova a dover fare scelte solo perché così deve andare.

Serena, che nei suoi amori è sfortunata quanto buona parte delle donne di tutto il mondo, viene assunta nell’Intelligence inglese del dopoguerra, come segretaria soprattutto, fino a quando non entra a far parte del progetto “Miele”.

Ci viene costretta, ci viene tirata dentro quasi a forza, e poi…

Ma no, non si può svelare nulla di un romanzo così. Un romanzo costruito come una matrioska russa, bambola dentro bambola, fino alla fine, l’ultima parola, quella che ti fa esclamare: “McEwan sei un gran genio, bastardo ma genio”

Perché le ultime cento pagine le divori, sai che l’epilogo è vicino, e sei pronto a tutto, o quasi. Un po’ come Serena.

E alla fine ti accorgi di averlo letto male. Possibile che sia così? Davvero Serena è la voce narrante? Davvero siamo entrati nella sua testa?

Sì, prima o poi siamo tutte Serena Frome.

Le mie esigenze erano elementari. Non badavo granché a tematiche o felicità di stile, e saltavo le descrizioni minute di tempo atmosferico, paesaggi e interni. Volevo personaggi in cui potessi credere, e volevo provare curiosità per ciò che avrebbero vissuto. In genere prediligevo quando la gente si innamorava e disamorava, ma nemmeno disdegnavo che si cimentasse con altro. Per quanto triviale, mi piaceva che prima della fine qualcuno dicesse «Sposami». I romanzi senza personaggi femminili erano un deserto privo di vita. Per Conrad non avevo alcuna considerazione, come per gran parte dei racconti di Kipling e Hemingway. Né mi impressionava la reputazione. Leggevo qualunque cosa mi capitasse a tiro. Romanzi a sensazione, alta letteratura e tutto ciò che stava nel mezzo: a ognuno riservavo lo stesso rude trattamento.

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La prima voce narrante femminile di McEwan dall’epoca di Espiazione, Serena Frome, è una figlia degli anni Sessanta senza slogan né rivoluzioni, una figlia borghese cresciuta dal padre vescovo entro i confini protetti di una cattedrale, lontana dalle inquietudini politiche e sociali che sferzano la Gran Bretagna dei primi anni Settanta. La sua iniziazione al mondo si compie attraverso un amante maturo, docente di storia e amico personale del ministro dell’Interno, che a Serena insegna ad accostare il giusto vino al giusto cibo e a contemperare la baldanzosa lettura di Solzenicyn con quella approfondita di Churchill, e che, prima di sparire misteriosamente dalla sua vita, le spezza il cuore e le regala un mestiere: un incarico all’MI5.

Che cosa possono volere ai piani alti della prestigiosa agenzia d’intelligence britannica da una bionda ragazza di buona famiglia con una mediocre preparazione matematica faticosamente rimediata a Cambridge e una prodigiosa, ancorché superficiale, rapidità di lettura? Farne una pedina nella cosiddetta “guerra fredda culturale”: Serena parteciperà all’operazione “Miele”, con la quale l’agenzia intende finanziare occultamente scrittori ritenuti affini alla causa dell’Occidente trasformandoli in inconsapevoli agenti della propaganda anticomunista. Il candidato ideale è individuato in Tom Haley, promettente autore di alcuni apprezzati racconti e di qualche articolo critico nei confronti del blocco sovietico. Serena s’immerge nel suo mondo: l’amore per Spenser e la grande letteratura, l’impianto narrativo dei suoi scritti, la forza espressiva. Dei suoi racconti s’innamora subito, dell’uomo poco dopo. E per lei cominciano i guai: a quante menzogne può reggere un amore? Come travestirsi di fronte al sentimento che più di ogni altro denuda? Quanto a lungo i servizi segreti più efficienti d’Europa tollereranno un simile groviglio? E quando la Storia bussa e spinge tutto intorno, poi, come proteggere i confini del proprio piccolo mondo fittizio?

Titolo: Miele

Autore: Ian McEwan 

Traduttore: Maurizia Balmelli

Edizione: Einaudi, Supercoralli, 2012, Paperback

Tra lavoro e programmi tv, racconti e romanzi.

Da qualche anno a questa parte, la mia “felice” condizione di disoccupata part time, mi rende particolarmente impegnata nei mesi appena precedenti all’estate. Aprile e maggio, e parte di giugno, sono completamente assorbiti dalla compilazione delle dichiarazioni dei redditi.

Lavoro frustrante e a volte divertente, lavoro pesante e concentrato in pochissimo tempo, lavoro che mi sottrae forze, energie e concentrazione da dedicare ai libri.

Alla fine qualcosa son riuscita a leggerla, ora.

L’elogio della Follia, di Erasmo da Rotterdam, una raccolta di racconti di John Fante e una raccolta di racconti di Virginia Woolf.

Perché l’elogio della Follia? Perché il sole 24 ore, che non tratta solo di economia, ha deciso queste uscite settimanali, a 50centesimi più il costo del quotidiano, degli Indispensabili. Una serie di saggi (qui  il piano dell’opera) che sono effettivamente indispensabili, da tenere in una libreria ma anche da leggere. Un po’ perché sono la storia della filosofia e la storia dell’uomo stesso, un po’ perché i classici non sono solo i romanzi.

Ci ho messo tre settimane, con un po’ di tentennamenti, ma la Follia si racconta così bene in questo saggio che non annoia. Semmai è un po’ datato come elogio, anche se rimane estremamente attuale.

“Osservate come è stata previdente la natura, madre e artefice del genere umano, tanto da aver avuto cura di spargere ovunque un pizzico di follia.”

Poi son passata a Fante. Per due ragioni in particolare, la prima è che ho scoperto, su quel canale meraviglioso che è Sky Arte, un programma chiamato Bookshow, in cui protagonisti dello spettacolo (a vario titolo, cantanti, attori) raccontano una città, la loro città d’origine (di solito) e i libri che hanno segnato il loro percorso artistico ma umano soprattutto. E ho sentito parlare di Fante. Mea culpa, avrei dovuto conoscerlo, ma sugli autori contemporanei sono un po’ scarsa, e cerco di porvi rimedio. E qui veniamo al secondo motivo per cui l’ho scelto, e a quell’iniziativa bellissima de il sole 24 ore (sì, sempre loro) dei “Racconti d’Autore”, ormai vecchia di tre anni (qui e qui il piano dell’opera), scorrendo tra quei libricini, ho trovato i racconti di Fante. E sì, l’ho scelto.

E mi è piaciuto. Al punto che… quando avrò finito i miei millemila libri in attesa prenderò uno dei suoi romanzi, per iniziare.

Inizio da Chiedi alla Polvere o da La Confraternita dell’Uva?

Terzo libro, la Woolf. E da questi racconti ho avuto la conferma. La Woolf e io non abbiamo la scintilla giusta. Non scatta qualcosa che me la faccia amare, pur trovandola “piacevole” da leggere. Niente, io e lei non abbiamo trovato il nostro punto d’incontro.

Ora, sono pronta a rituffarmi nei romanzi, e ho scelto L’Arte di ascoltare i battiti del Cuore, un libro che mi è stato regalato da una persona a cui voglio molto bene, e che dal titolo e dalle prime 20 pagine sembra confermare l’idea che sia uno di quei libri che tracciano qualcosa dentro il lettore. Ma aspetto la fine per pronunciarmi.

Bentornata, frenesia del lettore.

Obiettivi di lettura: sì o no?

Capita spesso di sentire chi dice: io quest’anno devo leggere 30 libri.

Io non mi sono mai posto il problema di avere un obiettivo.

Sono una divoratrice di libri. Se ho delle giornate libere rischio di chiudere un libro e aprirne un altro quasi immediatamente, soprattutto se ho già fatto una lista di ordine di letture.

Con questo sistema, però, non ho mai tenuto conto delle mie letture. Oggi, quasi per caso, mi son messa a contare.

Da gennaio a oggi… 28 libri. 28.

Sono ancora piuttosto incredula. E sicuramente ne ho almeno 2. Se poi consideriamo che c’è tutto il mese di dicembre, ciao.

 

La mania di comprare libri. E la mania di regalarli.

Della mia mega dipendenza dalle librerie, anche virtuali, credo di aver riempito ogni angolo del cyberspazio e non solo (cyber, intendo).

Ma ieri sera pensavo a una cosa.

Il piacere di leggere un bel libro per la prima volta. Di quelli che, una volta chiusi, ti lasciano quella sensazione di stordimento e smarrimento, ma anche soddisfazione, come se fossero ormai parte della tua famiglia e non ti rassegnassi al fatto di non poterli più vedere con lo stesso sguardo.  Perché ormai li conosci.

Forse è per quello che se un libro mi è piaciuto tanto, lo passo avanti, regalo la mia copia (e magari ne compro un’altra, per poi regalare anche quella – Oceano Mare l’ho ricomprato 5 volte. Prego, Baricco.)

Invidio la persona che legge per la prima volta un libro che mi è piaciuto molto, invidio quella sensazione del voltare le pagine e scoprire, pezzo dopo pezzo, parola dopo parola, che si ha in mano qualcosa di bello. Veramente bello.

E credo che il mio portafoglio alla fin fine, potrebbe avere una crisi isterica. Ma non importa.

Proposito per la fine dell’anno (qui lo dico e qui lo nego):
smaltire tutta la pila di libri (cartacei e su kindle) prima di comprarne altri.

Ce la posso fare.

C’è per caso un gruppo di supporto?