Pagine e pellicole

Chiunque nella vita si sia mai appassionato a qualcosa, sa che ci possono essere cose per cui si va letteralmente in fissa, e cose che piacciono che possono anche essere una costante della tua vita. Al punto che continui ad amarle anche se le conosci a memoria.

Capita con quei libri che periodicamente torno a leggere, come se tornassi a casa. O con quelle serie che continuo a guardare nonostante tutto.

Ci sono serie che guarderei a ripetizione, che guardo a ripetizione, e su cui piango a ripetizione.

Come ER, nelle puntate in cui muore il dottor Greene, le prime puntate di una serie che mi hanno spezzato letteralmente il cuore.

Come le ultime puntate di Friends, dove la leggerezza della commedia non riesce ad annullare la tristezza dell’addio.

Come l’ultima puntata di Gilmore Girls, dove sembra finire definitivamente l’adolescenza, fai un tuffo nell’età adulta, e non sai neanche se ne potrai uscire indenne.

Come in Piccole Donne, quando Beth si accorge e comunica a sua sorella che non rimarrà a lungo con lei, continui a girare pagina dopo pagina sperando di non dover mai affrontare quel dolore, che invece ti colpisce, come un’onda. E dopo qualche anno, dopo qualche tempo ti accorgi che il dolore, quello vero, fa esattamente così, come fosse un colpo sotto la cintura.

Che ti lascia senza fiato, te lo fa riprendere, e poi ti atterra di nuovo. Come se non volesse mai smettere.

Forse sono così affezionata ad alcune pagine, ad alcuni racconti, perché raccontano esattamente quello che ho sentito, quello che sento, sono legati alla mia vita così come io sono legata a loro. E mi aiutano anche a trovare il modo per affrontare tutto nella maniera giusta, o almeno nella maniera migliore possibile.

Una persona non è altro che i suoi ricordi. Sono i suoi ricordi a renderla ciò che è.

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#piccolecosebelle

Il sole di primavera che si riflette sulla porta della cucina.

Una lavagnetta di messaggi carini.

Star sul balcone e sentire i vicini uscire da casa:
“Andiamo a scuola col camion.”
(voce di microbimbo) “Sì, dove sta?”
“A sinistra.”
(voce di microbimbo perplesso) “Sinistra…”
Quanto ti capisco microbimbo!

Un mazzo di ranuncoli che sboccia in un vaso.

Scegliere un pastello in una scatola piena di colori.

Scrivere con una penna a forma di fiore.

 

Stamattina mi sono alzata un po’ così. A metà tra una malinconia logorante e una serenità disarmante. Tengo a bada la tristezza sognando di vivere in un mondo diverso, a volte fa bene, a volte meno. Come due facce della stessa medaglia. 

Peccato che quella medaglia sia io. 

Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi. [Cesare Pavese]

Ci sono malattie che ti lasciano il tempo di affrontarle.

Ci sono malattie che il tempo lo rosicchiano come la ruggine fa col ferro.

Altre invece, ti tolgono pian piano ogni speranza, ogni ricordo. E ti lasciano solo la tenerezza di uno sguardo.

Lo sguardo di chi ti ha cresciuto, di chi ti ha insegnato ad andare in bicicletta senza rotelle, di chi c’è sempre stato.

Uno sguardo da bambino. Indifeso e fiducioso.

Uno sguardo che ne fa tornare alla mente un altro, che hai solo potuto guardare da lontano, a volte solo attraverso un pc.

C’è il tempo, che nessuno ti potrà mai restituire, in cui quello sguardo pian piano si spegneva.

Ci sarà il tempo in cui anche quello sguardo diventerà un ricordo.

E non so affatto se sono pronta ad affrontarlo come tale.

I ricordi che affiorano da quello sguardo perso raccontano di notti insonni, di sogni di bambino infranti, di libri e speranze. Come nei romanzi che leggo, come nelle storie che mi piacciono, passati che si legano al presente, e che fuggono via in battiti di ciglia veloci.

Storie che negli anni si sono accumulate, raccontate, mai cambiate, forse soltanto arricchite da una memoria che iniziava a mancare, a non incoraggiare più.