#piccolecosebelle

Il sole di primavera che si riflette sulla porta della cucina.

Una lavagnetta di messaggi carini.

Star sul balcone e sentire i vicini uscire da casa:
“Andiamo a scuola col camion.”
(voce di microbimbo) “Sì, dove sta?”
“A sinistra.”
(voce di microbimbo perplesso) “Sinistra…”
Quanto ti capisco microbimbo!

Un mazzo di ranuncoli che sboccia in un vaso.

Scegliere un pastello in una scatola piena di colori.

Scrivere con una penna a forma di fiore.

 

Stamattina mi sono alzata un po’ così. A metà tra una malinconia logorante e una serenità disarmante. Tengo a bada la tristezza sognando di vivere in un mondo diverso, a volte fa bene, a volte meno. Come due facce della stessa medaglia. 

Peccato che quella medaglia sia io. 

Tranquillo. Ora siamo d’inverno. La mafia uccide solo d’estate

Chi non sa cos’era Palermo tra gli anni 60 e gli anni 90?

Chi non lo sa, chi fa finta di non ricordarlo, chi dice “non è affar mio”, dovrebbe guardare La Mafia Uccide Solo D’Estate, di Pif, Pierfrancesco Diliberto, che con la sua voce cantilenante racconta… una storia d’amore.

Sì, prima di tutto La Mafia Uccide Solo D’Estate è un film d’amore, racconta l’amore lungo, lunghissimo, infinito di Arturo per Flora. E sullo “sfondo” la Palermo delle stragi, la Palermo “di Riina” che non guardava ad Amici o nemici, che doveva far sentire il suo peso.

La Mafia Uccide Solo D’Estate è un ritratto, leggero e crudelmente veritiero, tracciato a tinte accese e colorate, di quella lotta, quella vera, quella costata sangue a tutti gli uomini e le donne che ci hanno dedicato la vita, che, per la coerenza delle loro idee di giustizia hanno pagato con il massimo sacrificio possibile.

Mi piace Pif, mi piaceva prima, con la sua trasmissione Il Testimone, ma ancora di più mi piace ora. Geniale negli intrecci, mai sguaiato, mai a sproposito, misurato con garbo e con la giusta dose di spensieratezza.

La storia d’amore non prevale mai sul resto, la mafia non sovrasta lo spettatore rendendolo impotente. Si può sempre far qualcosa. E allo stesso tempo, dietro le iris con la ricotta al forno, Arturo diventa grande, scopre un mondo, rompe il suo schema infantile degli “eroi”, valutando meglio le persone.

L’onorevole Andreotti dice che l’emergenza criminalità è in Campania e in Calabria. Generale, ha forse sbagliato regione? [al generale Dalla Chiesa]

Dietro un disegno fatto col gesso, scopre l’impotenza davanti alla violenza cieca.

Un sogno, quello di fare il giornalista, che nasce per caso. Un amore, quello per la verità, che non supera quello per Flora.

Un film bello, veramente bello, delicato e leggero. Ma profondo. Come la libertà, quella vera, quella data dalla verità portata avanti con coraggio.

Complimenti Pierfrancesco, per la bellezza delle idee, e per la tua coerenza.

E grazie.

Quando sono diventato padre ho capito due cose: la prima che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo. La seconda che avrei dovuto insegnargli a distinguerla.

Vogliamo essere amati come amiamo noi. [L’arte di ascoltare i battiti del cuore]

A Kalaw, una tranquilla città annidata tra le montagne birmane, vi è una piccola casa da tè dall’aspetto modesto, che un ricco viaggiatore occidentale non esiterebbe a giudicare miserabile. Il caldo poi è soffocante, così come gli sguardi degli avventori che scrutano ogni volto a loro poco familiare con fare indagatorio. Julia Win, giovane newyorchese appena sbarcata a Kalaw, se ne tornerebbe volentieri in America, se un compito ineludibile non la trattenesse lì, in quella piccola sala da tè birmana. Suo padre è scomparso. La polizia ha fatto le sue indagini e tratto le sue conclusioni. Tin Win, arrivato negli Stati Uniti dalla Birmania con un visto concesso per motivi di studio nel 1942, diventato cittadino americano nel 1959 e poi avvocato newyorchese di grido… un uomo sicuramente dalla doppia vita se le sue tracce si perdono nella capitale del vizio, a Bangkok. L’atroce sospetto che una simile ricostruzione della vita di suo padre potesse in qualche modo corrispondere al vero si è fatto strada nella mente e nel cuore di Julia fino al giorno in cui sua madre, riordinando la soffitta, non ha trovato una lettera di suo padre. La lettera era indirizzata a una certa Mi Mi residente a Kalaw, in Birmania, e cominciava con queste struggenti parole: “Mia amata Mi Mi, sono passati cinquemilaottocentosessantaquattro giorni da quando ho sentito battere il tuo cuore per l’ultima volta”.

Il titolo di questo romanzo è tutto un programma.

Uno di quelli che all’inizio ti fa pensare di essere capitata in un “polpettone zen”, senza speranza di uscirne.

Quando però inizi a leggerlo, fai un viaggio. Nel cuore dei protagonisti, in Birmania, in un altro mondo e in un altro modo di vedere la vita. E la perdita. E soprattutto l’amore.

Julia Win parte alla ricerca del padre. E in questo viaggio capisce che in realtà non ha mai conosciuto questo padre, l’uomo di cui le parla U Ba sembra suo padre ma allo stesso tempo non lo è.

Com’è possibile che abbia vissuto accanto a un uomo sconosciuto per tanto tempo? Che si sia fatta rimboccare le coperte, raccontare le favole (favole birmane, senza lieto fine ma tanto dolci), portare in giro per Staten Island e sui traghetti da un uomo di cui neanche le persone più vicine conoscevano il passato?

Quel passato che in Birmania le viene raccontato, la spinge a riaprire gli occhi. A non guardare solo con quelli, perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Lo dice il Piccolo Principe, e lo dice U May.

E sì, si affronta la perdita. La perdita di sé stessi, di quella parte di sé che non si arrende all’amore, che non lo comprende. Che lo considera superfluo.

E la perdita delle persone più care, a cui non siamo mai abbastanza preparati.

E alla fine più nulla può spaventarti.

Ci sono ferite che il tempo non sana, ma che rende così piccole da consentirci, alla fine, di continuare a vivere.

Titolo: L’arte di ascoltare i battiti del cuore

Autore: Jan-Philippe Sendker

Traduttore: Francesco Porzio

Edizione: Biblioteca Editori Associati di Tascabili, 2011, Paperback

Il mio mondo attraverso gli occhi degli altri.

Sì, ci sono abituata.

In fondo vivo in un posto che negli ultimi anni è stato fotografato, visto e pubblicizzato in molti modi.

Ma quando gli occhi che lo guardano sono di persone a cui vuoi bene, ti scopri a cercare con i tuoi occhi cose nuove, quello che non va, quello che veramente vale la pena guardare.

E scopri che ti commuovi ancora per un’onda, per la sabbia, per il cielo e l’orizzonte.

Possibile commuoversi per la propria terra?

Quella stessa terra in cui vivi da anni, e che hai sempre l’impressione di conoscere bene?

Di una settimana di “vacanza” mi rimane un naso rosso, le ginocchia ustionate, ma anche sorrisi, abbracci e la bellezza di alcune amicizie, che non hanno bisogno della vicinanza per potersi dire tali. Non hanno bisogno di litigi e contrasti.

Perché anche se la vacanza non è la mia, io il bagaglio di cose belle lo conservo lo stesso.

Tra lavoro e programmi tv, racconti e romanzi.

Da qualche anno a questa parte, la mia “felice” condizione di disoccupata part time, mi rende particolarmente impegnata nei mesi appena precedenti all’estate. Aprile e maggio, e parte di giugno, sono completamente assorbiti dalla compilazione delle dichiarazioni dei redditi.

Lavoro frustrante e a volte divertente, lavoro pesante e concentrato in pochissimo tempo, lavoro che mi sottrae forze, energie e concentrazione da dedicare ai libri.

Alla fine qualcosa son riuscita a leggerla, ora.

L’elogio della Follia, di Erasmo da Rotterdam, una raccolta di racconti di John Fante e una raccolta di racconti di Virginia Woolf.

Perché l’elogio della Follia? Perché il sole 24 ore, che non tratta solo di economia, ha deciso queste uscite settimanali, a 50centesimi più il costo del quotidiano, degli Indispensabili. Una serie di saggi (qui  il piano dell’opera) che sono effettivamente indispensabili, da tenere in una libreria ma anche da leggere. Un po’ perché sono la storia della filosofia e la storia dell’uomo stesso, un po’ perché i classici non sono solo i romanzi.

Ci ho messo tre settimane, con un po’ di tentennamenti, ma la Follia si racconta così bene in questo saggio che non annoia. Semmai è un po’ datato come elogio, anche se rimane estremamente attuale.

“Osservate come è stata previdente la natura, madre e artefice del genere umano, tanto da aver avuto cura di spargere ovunque un pizzico di follia.”

Poi son passata a Fante. Per due ragioni in particolare, la prima è che ho scoperto, su quel canale meraviglioso che è Sky Arte, un programma chiamato Bookshow, in cui protagonisti dello spettacolo (a vario titolo, cantanti, attori) raccontano una città, la loro città d’origine (di solito) e i libri che hanno segnato il loro percorso artistico ma umano soprattutto. E ho sentito parlare di Fante. Mea culpa, avrei dovuto conoscerlo, ma sugli autori contemporanei sono un po’ scarsa, e cerco di porvi rimedio. E qui veniamo al secondo motivo per cui l’ho scelto, e a quell’iniziativa bellissima de il sole 24 ore (sì, sempre loro) dei “Racconti d’Autore”, ormai vecchia di tre anni (qui e qui il piano dell’opera), scorrendo tra quei libricini, ho trovato i racconti di Fante. E sì, l’ho scelto.

E mi è piaciuto. Al punto che… quando avrò finito i miei millemila libri in attesa prenderò uno dei suoi romanzi, per iniziare.

Inizio da Chiedi alla Polvere o da La Confraternita dell’Uva?

Terzo libro, la Woolf. E da questi racconti ho avuto la conferma. La Woolf e io non abbiamo la scintilla giusta. Non scatta qualcosa che me la faccia amare, pur trovandola “piacevole” da leggere. Niente, io e lei non abbiamo trovato il nostro punto d’incontro.

Ora, sono pronta a rituffarmi nei romanzi, e ho scelto L’Arte di ascoltare i battiti del Cuore, un libro che mi è stato regalato da una persona a cui voglio molto bene, e che dal titolo e dalle prime 20 pagine sembra confermare l’idea che sia uno di quei libri che tracciano qualcosa dentro il lettore. Ma aspetto la fine per pronunciarmi.

Bentornata, frenesia del lettore.

Che cos’è un adulto? Un bambino gonfio di anni.

Quando si capisce che si è diventati “grandi”?

Forse quando un vestito bianco, una rosa all’occhiello e dei sorrisi di felici ti riempiono gli occhi e il cuore.

Forse quando un viaggio in pullman lungo e stancante ti sembra qualcosa di bello perché lo fai per Amore.

Forse quando tornare a casa inizia a non diventare l’unico desiderio che hai.

Un fine settimana breve, ma tanto lungo. Pieno di emozioni da far traboccare il cuore.

E ci sono cose che non si possono spiegare, bisogna viverle, bisogna sentirle fino in fondo e lasciarle a depositarsi sul fondo del cuore, perché un cuore pieno di cose belle non ha spazio per le brutture e le storture del mondo.

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Cose Belle #2

“Chi possiede il dono della creatività, possiede qualcosa di cui non sempre è il padrone, qualcosa che qualche volta, stranamente, decide e lavora per se stesso.”

Charlotte Bronte

Come dico spesso, io ho due piedi, destri, al posto delle mani. Il che mi rende impossibile fare qualsiasi tipo di lavoro manuale e creativo.

Anche attaccare un bottone mancante diventa una tragedia, mettere lo smalto alle unghie un’impresa titanica, fare un disegno una fatica di Ercole.

Forse è per questo che risulto inevitabilmente attratta dal bello, e dalla creatività in ogni forma utile. Anche inutile, ma quella utile ha quel qualcosa in più.

Poi magari, ho la fortuna/sfortuna di incontrare persone che hanno una creatività spiccata e la capacità di saperla applicare in maniera pragmatica.

Come le creazioni in fimo di Fifì Creations che son capaci di lasciarmi sempre con la boccuccia aperta a cercare di capire se dietro ci sia un incantesimo come quelli di Harry Potter.

Abbiamo tutti un bel dire “aiutiamo la creatività”, se davanti a certe cose belle così vale sempre e comunque la raccomandazione o la capacità di mettersi in una vetrina prestigiosa, anche con cose scarse.

Io personalmente mi salvo il portafoglio con regali di Natale, anche piccoli, ma fatti con tanta attenzione. E quindi sempre apprezzati.

Se ci guardiamo intorno, chissà quanta gente c’è che fa piccole cose belle.

E i cambiamenti iniziano sempre dalle cose belle (e piccole).

PS: lo so che stai leggendo. E anche se non sono una blogger famosa, io dovevo far sapere a tutti quanto sei brava. :)