#GilmoreGirls

E una valanga di spoiler (non scherzo).

Spiegare cosa sia per me, cosa abbia rappresentato Gilmore Girls non è facile. La loro parlata veloce, le loro tazze di caffè (e chiamarle tazze è alquanto riduttivo), il loro rapporto, la loro crescita, personale e insieme.

Per questo, e per il fatto che Rory ha la mia età (nata nell’84, aveva 16 anni quando li avevo anche io), il revival mi ha colto di sorpresa e riempito di attesa.

Quando la mattina del 25 (o il 27? Io e novembre non andiamo d’accordo) ho letto la notizia che le puntate di Gilmore Girls: a year in the life erano già on line su Netflix, ero molto combattuta se guardarle subito, centellinarle o aspettare le prime reazioni.

Alla fine ho iniziato a guardare la prima, Winter, e al “I smell snow” ho iniziato a piangere senza neanche capire perché.

Fino a quando non mi sono resa conto che mi mancavano, le Gilmore, il loro modo di fare, di parlare, le parole a raffica, i discorsi senza né capo né coda.

Questo è uno dei lati positivi di questo revival: rivederle, riguardare una serie che non ha nulla di straordinario se non l’ordinarietà della vita di tutti i giorni e la velocità dei dialoghi surreali.

Di conseguenza, il primo dei punti dolenti: puntate troppo lunghe e brodo allungato.

Ad esempio, il musical della puntata Summer. Era necessario? A che serviva? A parte il fatto che a me è comunque piaciuto, surreale e irreale, non sarebbe bastato inserire la canzone finale, l’epifania di Lorelai, senza dover sopportare mezza puntata di musical senza senso (che poi a me ha fatto tornare in mente il museo di casa Twickam, è successo solo a me?)

O la scena con Finn, Colin e Robert (che, a proposito, non era quello con cui Rory va alla festa in costume a tema Tarantino?), il ritorno della Brigata della Vita e della Morte, la nebbia a Stars Hollow e le luci spente. Come avranno fatto? Senza il permesso di Taylor?

Nota positiva, per me: la fragilità di Rory. Una 32enne (come me) che sembra aver sprecato tempo della sua vita a realizzare qualcosa, senza poi riuscire a portarla a termine (come me). Mi piace meno la sua “schizofrenia” da 15enne, ma alla fin fine è coerente con quel cambiamento iniziato con Dean e con Logan a Yale.

Come per la fine della settima stagione, apprezzo poco che Lorelai sia tornata con Luke. Non sono un coppia ben assortita, e in quattro puntate vengono fuori gli stessi problemi che li avevano separati (Luke che rifiuta l’offerta di Lorelai di contribuire a pagare il master di April con la frase “ci penso io, è figlia mia” non sa di già sentito?)

La cosa che si sente tanto e si nota di più è la mancanza di Richard Gilmore. Le scene più belle, quelle che mi hanno stretto il cuore sono quelle in cui si parla di lui, il suo funerale, o le scene di Emily che prova ad andare avanti. Si può andare avanti dopo una perdita così?

Sapevamo già quanto Emily fosse innamorata e legata a Richard, quanto Rory stravedesse per suo nonno, ma in questo revival viene fuori quanto Richard fosse importante per Lorelai, quanto grande sia il vuoto che le ha lasciato quella perdita.

Gilmore Girls, per la prima volta da che io ricordi, affronta l’evoluzione di tre Gilmore, non due.

Rory che, nel tempo della crisi economica, soffre dell’incertezza di cui soffriamo tutti suoi coetanei, e cerca un nuovo indirizzo per la sua strada.

Lorelai che si sente, come un po’ ha sempre fatto, statica, bloccata, nel tempo e nello spazio (e che invece che spiegare le sue ali d’aquila, apre appena quelle da coleottero, ma lasciamo stare).

Emily che, con la morte di Richard, dice addio alla sua casa, alle sue abitudini (dorme fino a mezzogiorno!), quasi come se quella fosse la sua immagine da Mrs. Gilmore e lei avesse bisogno di essere solo Emily.

Tirando le somme, non mi è dispiaciuto questo revival, ma più per l’idea del loro ritorno che per quello che ha raccontato.

È stato un malinconico e nostalgico ritorno al passato, un ritorno a Stars Hollow che è come un ritorno a casa. Quasi come tornare a Hogwarts.

PS#1: io ero Team Logan e Team Christopher, praticamente una tragedia. Ho comunque rivalutato il Team Jess, qualcuno mi adotta?

PS#2: non faranno altre puntate vero? Cioè, le guarderei comunque, ma fermiamoci qui. Troppa amarezza.

 

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Fantastic Beasts and where to find them.

[ovvero, bentornata sensazione di meraviglia davanti a cose che conosco, ma che è sempre bello vedere]

Ok, per una volta parto dalle cose belle, o meglio dalle cose che mi sono piaciute.

Primo, Redmayne come Scamander: un grosso, un enorme sì.

È esattamente il Newt Scamander che mi aspettavo, se la famiglia Scamander si imparenta con Luna Lovegood, ci sarà un motivo. E il motivo è Newt, la sua ricerca di animali magici, per studiarli, salvarli e curarli.

Insomma, guardare questo film è come stare a lezione di Cura delle Creature Magiche con Hagrid. Avevo paura di veder comparire gli Schiopodi.

Invece è spuntato uno Snaso, e un Asticello, che ho riconosciuto subito. E un mucchio di creature magiche che sto ancora inquadrando. E che sono il mio secondo sì, talmente familiari da farmi sentire tipo una bambina allo zoo. O come il No-Mag (comunque continuo a preferire Babbani).

Terzo sì per Ezra Miller, e non voglio spoilerare nulla. Ma come sempre succede con la Rowling, la prima impressione non è sempre la più azzeccata. Come per Queenie, la nuova Neville Paciock.

Passiamo ai no?

Un no alle solite discordanze tra magia dei libri e magia dei film, su tutte gli incantesimi senza bacchetta. Ma ammetto che possano essere sfumature e problemi miei.

Secondo no, a Yates come regista. Stesso taglio dell’Ordine della Fenice, la rilevanza di alcune scene che di fatto sono inutili. Sarà che la sua regia ha fatto a pezzi il mio libro preferito, ma continua a non piacermi.

Terzo no, uno spoiler (non eccessivo ma lo segnalo qui), Depp come Grindelwald, i suoi capelli ossigenati e le lenti a contatto. Praticamente Grindelwald è il Cappellaio Matto. No, davvero, fate sul serio? E per Silente chi sceglierete? Il Brucaliffo? O la Regina Bianca?

No, no e ancora no. E anche se nella vita non si sa mai, non credo di poter cambiare idea col prossimo film.

Che dire?! Sempre più spesso, in questo periodo mi trovo a tornare nel mondo della magia. E se i ritorni sono tutti così piacevoli, possono tranquillamente prendersi i miei soldi per prossimi quattro film.

Ah, ma quanta Rowling c’è in questo film? Un’impronta talmente marcata che credevo di vederla spuntare dietro una colonna o a una delle scrivanie del Magico Congresso degli Stati Uniti.

A proposito, ma chi era il Ministro della Magia Inglese all’epoca di Scamander?

 

Harry Potter e la maledizione dell’Erede

[ovvero il non-ottavo libro di Harry Potter]

Credo che, prima di leggere questo libro, bisognerebbe tener conto di alcune premesse.

La prima è che si tratta di uno scriptbook, cioè della trasposizione di uno spettacolo teatrale. Non è un romanzo, è un copione.

La seconda è che, nonostante il nome della Rowling sia scritto in caratteri più grandi, non è un suo spettacolo, e non l’ha scritto lei. È sua l’idea originale, e per quanto ne sappiamo la sua storia potrebbe essere lunga il triplo o la metà, o essere solo abbozzata.

Terzo, si tratta del mondo della Row, il mondo che lei ha creato, e l’evoluzione di Harry e dei suoi rapporti con i figli, col mondo magico, con gli amici e i nemici. Non è un ottavo libro, non è un “what if”. È quasi una fanfiction, scritta dall’autrice stessa, ed è estremamente canon. E se i personaggi sono solo abbozzati, se “ci sono FF migliori”, vedasi primo punto: è una trasposizione teatrale, non un romanzo (se serve, lo ripeto ancora).

E, scusate, ma avete sfrangiato le castagne per anni con “scrivi il seguito” “vogliamo un altro libro di Harry Potter”, poi la Row lo scrive e siete tutti “non deve andare così” “è un fan service”. Certo che è un fan service! Gliel’avete chiesto voi!

Detto questo, a me questo libro è piaciuto: tornare a Hogwarts, sul binario 9 e 3/4, a Godric’s Hollow nella notte di Halloween, ritrovare un po’ di quella magia che mi ha fatto innamorare della Row, il mio rifugio ogni volta che posso, la mia casa.

Questo è stato per me The Cursed Child.

Non una fine, non un altro libro. È stato il punto dell’autrice, quel punto con cui ti viene da dire “bene, sono cresciuta, anche Harry lo è, e siamo cresciuti insieme”.

Tra l’altro, credo che a teatro sia uno spettacolo pazzesco.

Ora, cara Joanne, sono pronta a comprare le istruzioni del microonde scritte da te.

31302742L’ottava storia.
Diciannove anni dopo…
È sempre stato difficile essere Harry Potter e non è molto più facile ora, da impiegato al Ministero della Magia, oberato di lavoro, marito e padre di tre figli in età scolare.
Mentre Harry Potter fa i conti con un passato che si rifiuta di rimanere tale, Albus, suo secondogenito, deve lottare con il peso di un’eredità famigliare che non ha mai voluto. Quando passato e presente si fondono in un’oscura minaccia, padre e figlio apprendono una scomoda verità: il pericolo proviene a volte da luoghi inaspettati.
Basato su una storia originale di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, Harry Potter e la Maledizione dell’Erede è un nuovo spettacolo di Jack Thorne. È l’ottava storia della serie di Harry Potter e la prima a essere rappresentata a teatro. Questa Edizione Speciale Scriptbook del testo teatrale porta la nuova avventura di Harry Potter, dei suoi amici e della sua famiglia ai lettori di tutto il mondo, in seguito alla première che si è tenuta nel West End di Londra il 30 luglio 2016.
Lo spettacolo Harry Potter e la Maledizione dell’Erede è prodotto da Sonia Friedman Productions, Colin Callender e la Harry Potter Theatrical Productions.

 

Titolo: Harry Potter e la Maledizione dell’Erede

Autore: John Tiffany, Jack Thorne, J.K. Rowling

Traduttore: Luigi Spagnol

Edizione: Salani, 2016, Hardcover

 

 

 

 

Mad Men (e finalmente ce l’ho fatta a vedere gli ultimi episodi)

Ci ho messo tanto, lo so.

Ma prima è stato difficile trovar le puntate della 7 stagione, poi sono rimasta indietro e poi è stato praticamente impossibile riuscire a recuperare le ultime tre puntate.

Fino a che Sky Box Sets non mi ha salvato, inserendo Mad Men tra le sue serie complete.

Quindi, via al mega recuperone. Tre ore, tre puntate.

Le lacrime a fiumi. E la consapevolezza che la serie di Mad Men è finita esattamente nel momento in cui doveva farlo, probabilmente in uno dei pochissimi modi in cui era normale finisse.

Molto spesso le serie vengono trascinate per tempi lunghissimi, brodi che si allungano perché finché fanno ascolti e vendono è meglio tenerle in onda. Quindi ci sono stagioni che oscillano, che toccano picchi di perfezione ma anche di squallore poco immaginabili.

Per Mad Men non è stato così. È stata una serie a un livello sempre alto, nonostante non si possa dire lo stesso di Don Draper.

Mad Men è la storia della sua ascesa, e in parte della sua caduta, la parabola discendente di un uomo che cerca di adattarsi ai cambiamenti del tempo. Un tempo che cambia molto velocemente visto che la serie attraversa di volata la fine degli anni ’50, gli anni ’60 e si affaccia agli anni ’70, critica, cinica e poco patinata. Nonostante si occupi di pubblicità.

Ma è anche la storia di una miriade di personaggi, meno soggetti alla parabola discendente, o addirittura protagonisti di un’ascesa personale non da poco.

Chi sostituirà Don Draper nel mio cuoricino? Chi prenderà il posto di Joan? E come farò a pensare di superare l’idea di una come Peggy?

La Natura Esposta [Erri De Luca]

Nel corso degli anni mi hanno chiesto spesso chi fosse il mio scrittore preferito.

Capita quando dici di essere una persona a cui piace leggere. Capita quando hai davanti qualcuno che legge poco, o legge solo Fabio Volo (ché io sono tanto tranquilla ma chiamarlo scrittore mi sembra, quantomeno, un azzardo) e vuol sapere il tuo livello di lettura (o a volte vuol cercare di far lo spaccone con te – quante parentesi! Ok, smetto).

È una domanda a cui non ho mai saputo rispondere con precisione. Ho cambiato spesso idea, nello stesso modo in cui cambiavo le mie letture e i miei generi.

Rimane lì, sulla sommità dell’Olimpo, Italo Calvino. Ma è potrebbe essere una risposta semplice, un po’ perché è un autore che non c’è più, quindi è difficile possa scrivere qualcosa che rovini quello che ha già fatto, un po’ perché sembra tornato “di moda”.

Tra i viventi, tra quelli che scrivono e pubblicano oggi, chi?

Non ho ancora una risposta precisa. Sono una che tende a innamorarsi dei libri, e con loro si innamora degli scrittori, di chi ci ha dedicato parte del suo tempo, della sua vita a scriverli, di chi ci ha messo un pezzo di se stesso.

Ci sono, comunque, quegli scrittori che fanno scattare la molla dell’ora e subito, quelli per i quali, appena uno dei loro libri arriva sugli scaffali Novità, sento fremere il portafogli nella borsa perché sa già che dovrà essere usato.

Erri De Luca è uno di questi scrittori.

Stavolta, oltre al suo nome, mi ha attirato molto la copertina.

Non leggevo un suo romanzo da un po’, quindi preso, pagato e messo in borsa.

E dopo aver finito il libro di Sacks, pur avendo una pila di libri da leggere, non ho resistito.

La prima cosa che ho trovato, anzi, ritrovato è stato il suo modo di scrivere: duro, secco, breve e allo stesso tempo in grado di tenerti incollato alle pagine.

È un po’ così che me lo immagino nel suo modo di parlare e fare di ogni giorno. Di poche parole, duro, preciso, ma allo stesso tempo in grado di regalare una dolcezza tutta sua.

Ne La Natura Esposta è uno scultore, o meglio un uomo di montagna, che tra le altre cose, fa anche lo scultore, e che viene scelto, senza che lui si sia proposto, per un compito piuttosto particolare: svelare la Natura di una statua marmorea del Crocifisso.

Attraverso questo svelamento, l’uomo entra in contatto con se stesso, si pone in maniera diversa nei confronti degli altri e del mondo, esce dal suo essere “uomo di montagna” e diviene quasi un “uomo di mare“.

Nulla nella narrazione è lasciato alla deriva.

Erri De Luca esplora il suo personaggio, se stesso e il lettore, come fossero un’unica persona.

Da non credente, ma da persona attenta e curiosa, parla di opere della misericordia, di povertà e sacrificio, toccando le corde di un’emozione antica e mai melensa. Non lo fa perché deve, perché vuole convincere, lo fa perché è aperto alla realtà che lo circonda, anche quella della fede, e lo fa con un rispetto tale che dimentichi anche il fatto che lui non ha quella fede.

Parla dei libri, finestra in tasca, parla della morte. Racconta Napoli, attraverso i suoi occhi, che sono quelli di chi ci è nato. La racconta anche attraverso gli occhi di uno straniero, di uno che non sa e non capisce, né mai potrà farlo, le sue mille contraddizioni. La racconta a chi la conosce e a chi non l’ho mai vista, instillandone nel cuore la nostalgia.

123 pagine. Chiuse dalla parola Fine.

Una parola decisa da lui, perché poi a te lettore di domande ne rimangono tante. Ti girano nella testa mentre leggi, e poi vieni distratto da altro, ti concentri su qualcosa che credi sia secondario, e poi diventa importante. Al punto che dimentichi le domande di prima.

Fino alla parola fine. Che scrive l’autore senza che tu possa farci nulla. Forse.

 

 

 

 

Un uomo di molti mestieri è incaricato di un delicato restauro. La statua del crocifisso contiene segreti che si rivelano solo al tatto. Bisogna risalire a diverse nudità per eseguire. C’entra una città di mare e un villaggio di confine, un amore d’azzardo e una volontà di imitazione.

 

 

 

 

 

Titolo: La Natura Esposta

Autore: Erri De Luca

Edizione: Narratori Feltrinelli, Paperback, 2016

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello.

Cosa succede a un’ipocondriaca che decide di leggere un saggio di casi clinici? Ovviamente crede di essere completamente pazza. O di avere delle grosse disfunzioni cerebrali e carenze.

E te lo chiedi anche: “ma chi te l’ha fatto fare?”

Questo è uno di quei libri che ho scelto perché il titolo mi attraeva molto. Ed è strano, perché tutti quelli che hanno letto quel titolo hanno interpretato il verbo scambiare come barattare.

Appena l’ho visto, invece, ho subito pensato a scambio come errore: “qual è il cappello e qual è la moglie?”

Il che dovrebbe farmi capire che forse, sì, qualche disfunzione c’è.

Non amo i saggi. Non sono il mio genere. Comunque 3 stelle, e si va avanti.

 

Titolo: L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Autore: Oliver Sacks

Traduttore: Clara Morena

Edizione: Gli Adelphi, Paperback, 2001

 

Notti in bianco, baci a colazione.

[ovvero, di come mi è tornata la voglia di scrivere]

Sì, ho avuto un po’ di blackout, anche per le letture, anche per la fantasia. Un po’ bloccata.

Trascinata dagli eventi, mi son lasciata trasportare dai thriller (ho letto La via del Male, terzo romanzo della serie di Cormoran Strike; i primi due romanzi della serie di Bones; ho riletto L’Ordine della Fenice e Il Principe Mezzosangue; e finalmente ho comprato e letto Kobane Calling di Zerocalcare)

In poche ore, ho letto la raccolta dei “pensieri” di Matteo Bussola. Quegli stessi pensieri che si ritrovano su FB, su cui tante volte mi son fermata davanti al caffè della mattina, o la sera prima di andare a dormire.

A qualcuno potrà sembrare melenso, zuccheroso, io trovo Matteo Bussola realistico, e ottimista.

Realistico, perché in fondo parla della vita di tutti i giorni, ne parla da papà innamorato delle sue bambine, ne parla da uomo innamorato della sua compagna, racconta le sue incertezze, il mutuo, i soldi, la casa, il domani, e le racconta in modo disarmante, quasi con gli occhi da bambino. E laddove quegli occhi non sembrano più funzionare tanto bene, ecco che una delle sue meravigliose bambine gli rimettono gli occhiali e correggono il suo sguardo.

Ottimista, perché  sì, a volte sembra tutto così bello, ma solo perché chi te lo racconta voglia che tu lo veda così. Matteo Bussola non ti dice “eh sì, che bella vita, va tutto bene”, ti afferma con insistenza ma tra le righe che sì, ci sono i problemi, e sì, non è facile avere una famiglia, tre bambine, e pensare sempre positivo, ma che, forse, pensare tutto al negativo fa molto più male.

Ho da ringraziare Matteo Bussola, perché le sue riflessioni le leggo ancora davanti al caffè o la sera prima di addormentarmi, ma anche e soprattutto perché il suo libro, la sua meravigliosa copertina e i suoi pensieri hanno iniziato a costruire una libreria tutta speciale, per cui posso usare l’aggettivo “nostra“.

Il respiro di tua figlia che ti dorme addosso sbavandoti la felpa. Le notti passate a lavorare e quelle a vegliare le bambine. Le domande difficili che ti costringono a cercare le parole. Le trecce venute male, le scarpe da allacciare, il solletico, i «lecconi», i baci a tutte le ore. Sono questi gli istanti di irripetibile normalità che Matteo Bussola cattura con felicità ed esattezza. Perché a volte, proprio guardando ciò che sembra scontato, troviamo inaspettatamente il senso di ogni cosa. Padre di tre figlie piccole, Matteo sa restituirne lo sguardo stupito, lo stesso con cui, da quando sono nate, anche lui prova a osservare il mondo. Dialoghi strampalati, buffe scene domestiche, riflessioni sottovoce che dopo la lettura continuano a risuonare in testa. Nell’«abitudine di restare» si scopre una libertà inattesa, nei gesti della vita di ogni giorno si scopre quanto poetica possa essere la paternità.

Titolo: Notti in bianco, baci a colazione

Autore: Matteo Bussola

Edizione: Einaudi Stile Libero Extra, 2016, Paperback