Mad Men (e finalmente ce l’ho fatta a vedere gli ultimi episodi)

Ci ho messo tanto, lo so.

Ma prima è stato difficile trovar le puntate della 7 stagione, poi sono rimasta indietro e poi è stato praticamente impossibile riuscire a recuperare le ultime tre puntate.

Fino a che Sky Box Sets non mi ha salvato, inserendo Mad Men tra le sue serie complete.

Quindi, via al mega recuperone. Tre ore, tre puntate.

Le lacrime a fiumi. E la consapevolezza che la serie di Mad Men è finita esattamente nel momento in cui doveva farlo, probabilmente in uno dei pochissimi modi in cui era normale finisse.

Molto spesso le serie vengono trascinate per tempi lunghissimi, brodi che si allungano perché finché fanno ascolti e vendono è meglio tenerle in onda. Quindi ci sono stagioni che oscillano, che toccano picchi di perfezione ma anche di squallore poco immaginabili.

Per Mad Men non è stato così. È stata una serie a un livello sempre alto, nonostante non si possa dire lo stesso di Don Draper.

Mad Men è la storia della sua ascesa, e in parte della sua caduta, la parabola discendente di un uomo che cerca di adattarsi ai cambiamenti del tempo. Un tempo che cambia molto velocemente visto che la serie attraversa di volata la fine degli anni ’50, gli anni ’60 e si affaccia agli anni ’70, critica, cinica e poco patinata. Nonostante si occupi di pubblicità.

Ma è anche la storia di una miriade di personaggi, meno soggetti alla parabola discendente, o addirittura protagonisti di un’ascesa personale non da poco.

Chi sostituirà Don Draper nel mio cuoricino? Chi prenderà il posto di Joan? E come farò a pensare di superare l’idea di una come Peggy?

La Natura Esposta [Erri De Luca]

Nel corso degli anni mi hanno chiesto spesso chi fosse il mio scrittore preferito.

Capita quando dici di essere una persona a cui piace leggere. Capita quando hai davanti qualcuno che legge poco, o legge solo Fabio Volo (ché io sono tanto tranquilla ma chiamarlo scrittore mi sembra, quantomeno, un azzardo) e vuol sapere il tuo livello di lettura (o a volte vuol cercare di far lo spaccone con te – quante parentesi! Ok, smetto).

È una domanda a cui non ho mai saputo rispondere con precisione. Ho cambiato spesso idea, nello stesso modo in cui cambiavo le mie letture e i miei generi.

Rimane lì, sulla sommità dell’Olimpo, Italo Calvino. Ma è potrebbe essere una risposta semplice, un po’ perché è un autore che non c’è più, quindi è difficile possa scrivere qualcosa che rovini quello che ha già fatto, un po’ perché sembra tornato “di moda”.

Tra i viventi, tra quelli che scrivono e pubblicano oggi, chi?

Non ho ancora una risposta precisa. Sono una che tende a innamorarsi dei libri, e con loro si innamora degli scrittori, di chi ci ha dedicato parte del suo tempo, della sua vita a scriverli, di chi ci ha messo un pezzo di se stesso.

Ci sono, comunque, quegli scrittori che fanno scattare la molla dell’ora e subito, quelli per i quali, appena uno dei loro libri arriva sugli scaffali Novità, sento fremere il portafogli nella borsa perché sa già che dovrà essere usato.

Erri De Luca è uno di questi scrittori.

Stavolta, oltre al suo nome, mi ha attirato molto la copertina.

Non leggevo un suo romanzo da un po’, quindi preso, pagato e messo in borsa.

E dopo aver finito il libro di Sacks, pur avendo una pila di libri da leggere, non ho resistito.

La prima cosa che ho trovato, anzi, ritrovato è stato il suo modo di scrivere: duro, secco, breve e allo stesso tempo in grado di tenerti incollato alle pagine.

È un po’ così che me lo immagino nel suo modo di parlare e fare di ogni giorno. Di poche parole, duro, preciso, ma allo stesso tempo in grado di regalare una dolcezza tutta sua.

Ne La Natura Esposta è uno scultore, o meglio un uomo di montagna, che tra le altre cose, fa anche lo scultore, e che viene scelto, senza che lui si sia proposto, per un compito piuttosto particolare: svelare la Natura di una statua marmorea del Crocifisso.

Attraverso questo svelamento, l’uomo entra in contatto con se stesso, si pone in maniera diversa nei confronti degli altri e del mondo, esce dal suo essere “uomo di montagna” e diviene quasi un “uomo di mare“.

Nulla nella narrazione è lasciato alla deriva.

Erri De Luca esplora il suo personaggio, se stesso e il lettore, come fossero un’unica persona.

Da non credente, ma da persona attenta e curiosa, parla di opere della misericordia, di povertà e sacrificio, toccando le corde di un’emozione antica e mai melensa. Non lo fa perché deve, perché vuole convincere, lo fa perché è aperto alla realtà che lo circonda, anche quella della fede, e lo fa con un rispetto tale che dimentichi anche il fatto che lui non ha quella fede.

Parla dei libri, finestra in tasca, parla della morte. Racconta Napoli, attraverso i suoi occhi, che sono quelli di chi ci è nato. La racconta anche attraverso gli occhi di uno straniero, di uno che non sa e non capisce, né mai potrà farlo, le sue mille contraddizioni. La racconta a chi la conosce e a chi non l’ho mai vista, instillandone nel cuore la nostalgia.

123 pagine. Chiuse dalla parola Fine.

Una parola decisa da lui, perché poi a te lettore di domande ne rimangono tante. Ti girano nella testa mentre leggi, e poi vieni distratto da altro, ti concentri su qualcosa che credi sia secondario, e poi diventa importante. Al punto che dimentichi le domande di prima.

Fino alla parola fine. Che scrive l’autore senza che tu possa farci nulla. Forse.

 

 

 

 

Un uomo di molti mestieri è incaricato di un delicato restauro. La statua del crocifisso contiene segreti che si rivelano solo al tatto. Bisogna risalire a diverse nudità per eseguire. C’entra una città di mare e un villaggio di confine, un amore d’azzardo e una volontà di imitazione.

 

 

 

 

 

Titolo: La Natura Esposta

Autore: Erri De Luca

Edizione: Narratori Feltrinelli, Paperback, 2016

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello.

Cosa succede a un’ipocondriaca che decide di leggere un saggio di casi clinici? Ovviamente crede di essere completamente pazza. O di avere delle grosse disfunzioni cerebrali e carenze.

E te lo chiedi anche: “ma chi te l’ha fatto fare?”

Questo è uno di quei libri che ho scelto perché il titolo mi attraeva molto. Ed è strano, perché tutti quelli che hanno letto quel titolo hanno interpretato il verbo scambiare come barattare.

Appena l’ho visto, invece, ho subito pensato a scambio come errore: “qual è il cappello e qual è la moglie?”

Il che dovrebbe farmi capire che forse, sì, qualche disfunzione c’è.

Non amo i saggi. Non sono il mio genere. Comunque 3 stelle, e si va avanti.

 

Titolo: L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Autore: Oliver Sacks

Traduttore: Clara Morena

Edizione: Gli Adelphi, Paperback, 2001

 

Notti in bianco, baci a colazione.

[ovvero, di come mi è tornata la voglia di scrivere]

Sì, ho avuto un po’ di blackout, anche per le letture, anche per la fantasia. Un po’ bloccata.

Trascinata dagli eventi, mi son lasciata trasportare dai thriller (ho letto La via del Male, terzo romanzo della serie di Cormoran Strike; i primi due romanzi della serie di Bones; ho riletto L’Ordine della Fenice e Il Principe Mezzosangue; e finalmente ho comprato e letto Kobane Calling di Zerocalcare)

In poche ore, ho letto la raccolta dei “pensieri” di Matteo Bussola. Quegli stessi pensieri che si ritrovano su FB, su cui tante volte mi son fermata davanti al caffè della mattina, o la sera prima di andare a dormire.

A qualcuno potrà sembrare melenso, zuccheroso, io trovo Matteo Bussola realistico, e ottimista.

Realistico, perché in fondo parla della vita di tutti i giorni, ne parla da papà innamorato delle sue bambine, ne parla da uomo innamorato della sua compagna, racconta le sue incertezze, il mutuo, i soldi, la casa, il domani, e le racconta in modo disarmante, quasi con gli occhi da bambino. E laddove quegli occhi non sembrano più funzionare tanto bene, ecco che una delle sue meravigliose bambine gli rimettono gli occhiali e correggono il suo sguardo.

Ottimista, perché  sì, a volte sembra tutto così bello, ma solo perché chi te lo racconta voglia che tu lo veda così. Matteo Bussola non ti dice “eh sì, che bella vita, va tutto bene”, ti afferma con insistenza ma tra le righe che sì, ci sono i problemi, e sì, non è facile avere una famiglia, tre bambine, e pensare sempre positivo, ma che, forse, pensare tutto al negativo fa molto più male.

Ho da ringraziare Matteo Bussola, perché le sue riflessioni le leggo ancora davanti al caffè o la sera prima di addormentarmi, ma anche e soprattutto perché il suo libro, la sua meravigliosa copertina e i suoi pensieri hanno iniziato a costruire una libreria tutta speciale, per cui posso usare l’aggettivo “nostra“.

Il respiro di tua figlia che ti dorme addosso sbavandoti la felpa. Le notti passate a lavorare e quelle a vegliare le bambine. Le domande difficili che ti costringono a cercare le parole. Le trecce venute male, le scarpe da allacciare, il solletico, i «lecconi», i baci a tutte le ore. Sono questi gli istanti di irripetibile normalità che Matteo Bussola cattura con felicità ed esattezza. Perché a volte, proprio guardando ciò che sembra scontato, troviamo inaspettatamente il senso di ogni cosa. Padre di tre figlie piccole, Matteo sa restituirne lo sguardo stupito, lo stesso con cui, da quando sono nate, anche lui prova a osservare il mondo. Dialoghi strampalati, buffe scene domestiche, riflessioni sottovoce che dopo la lettura continuano a risuonare in testa. Nell’«abitudine di restare» si scopre una libertà inattesa, nei gesti della vita di ogni giorno si scopre quanto poetica possa essere la paternità.

Titolo: Notti in bianco, baci a colazione

Autore: Matteo Bussola

Edizione: Einaudi Stile Libero Extra, 2016, Paperback

 

 

 

 

Di albe e ore piccole piccole.

Non facevo l’alba per finire di leggere un libro da tempi immemori. Da quando non azzeccavo più un libro “giusto”. Da quando, soprattutto, me ne mancava la serenità per farlo.

È successo ieri notte, questa notte, questa mattina… oh, insomma! È successo.

Con Il viaggio dell’assassino di Robin Hobb, terzo volume della trilogia dei Lungavista.

Un fantasy poco “canonico” e allo stesso tempo tradizionale.

Magia, draghi, Arte e Spirito il tutto fasciato in descrizioni vivide e luminose. Al punto che senti gli occhi pizzicare, al punto che ti trovi ad annuire e ridacchiare. A estrapolare frasi sul tempo, sulla vita, sulla felicità, come se le sentissi dentro, come se fossero scritte per te.

Grazie Robin Hobb, per avermi fatto fare l’alba.
Per avermi fatto guardare il buio della notte con occhi diversi.
Per avermi fatto innamorare ancora di un personaggio letterario imperfetto, e tanto umano.

E grazie Efi per avermelo consigliato.

La Trilogia dei Lungavista è la prima ambientata nel regno dei Sei Ducati. Protagonista è Fitz-Chevalier Lungavista, un figlio illegittimo del Re che viene addestrato come Assassino di corte. Il suo scopo principale è quello di difendere il regno dalla minaccia dei Pirati delle Navi Rosse.

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La Trilogia dei Lungavista: 

Titoli: L’apprendista assassino, L’assassino di corte, Il viaggio dell’assassino

Autore: Robin Hobb

Traduttore: Paola Bruna Cartoceti

Edizione: Fanucci Editore, kindle Edition

Finché non cammini per un po’ nelle scarpe di un altro, non sai quanto facciano male.

Ci sono momenti in cui, quando diventi grande, quando diventi adulto, ti fermi a pensare alla tua vita, guardi il passato e inevitabilmente fai il paragone con chi ti circonda.

E di solito, perdi. Perché quando fai un paragone tendi sempre a prendere come riferimento chi, per un motivo o per un altro, ha fatto più di te.

Ma qualche volta, vinci. Solitamente tutte quelle volte che inizi a guardare non solo i risultati visibili che hai ottenuto, ma anche tutti i passi avanti che hai fatto rispetto a te stesso. Tutte le volte che sei caduto e ti sei rialzato. Tutte le volte in cui hai guardato in faccia i tuoi problemi e non li hai fatti vincere, non gli hai dato vantaggi. Tutte le volte in cui hai imparato qualcosa di più su di te, su chi ti circondava. Tutte le volte in cui hai imparato cosa vuol dire fiducia, affetto, amore, e anche cattiveria.

E allora, forse, il bilancio non è così male. Perché è vero, la meta è importante. Ma quanto è importante anche il cammino, il viaggio, le tappe?

Domande, domande, domande. C’è chi dice che i 30 anni sono il giro di boa, a me, con i miei soliti tempi dilatati, c’è voluto un po’ di più. Ma alla fine, che giro di boa sia.

Che per la prima volta, oltre le domande, ho anche qualche risposta.

Solo che a mettere ordine nella propria vita ci si fa più fatica che a mettere in ordine la libreria.

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Anno nuovo, vita nuova.

O almeno così dicono.

Non che quest’anno non abbia portato con sé qualcosa di nuovo, ma in realtà ha fatto quasi tutto quello vecchio, quindi non voglio dare meriti al 2016. Non prima di aver visto come andrà a finire.

Vero è che tante persone sono passate dalla mia vita, e ad oggi poche ne sono rimaste.

Ci sono volte in cui mettersi davanti a una pagina bianca fa paura.

Volte che sapere di dover ricostruire una vita terrorizza.

Ci sono mesi in cui, più che in tutta la vita, senti il peso e la forza delle scelte che non hai fatto.

Ho fatto buoni propositi per il nuovo anno?

No. Un po’ perché puntualmente qualcosa me li mandava all’aria, un po’ perché li ho sempre usati come scusa e come alibi.

E non voglio che succeda di nuovo.

Quindi, mi vivo ogni giorno. Così come viene (all’incirca, visto la mia quantità spropositata di paranoie), con la paura del futuro sì, ma con la nuova consapevolezza di volermelo vivere quel futuro. E costruire. Anche se solo con un sassolino per volta.

E c’è chi dice che dovrei aver imparato. Che dovrei rassegnarmi al fatto che “fuori” ci sono persone che, per quanto dicano di volerti bene, continueranno a farmi male.

Ma non fa nulla. Perché nel domani di quel futuro non voglio dovermi rimproverare ancora.

E se qualcuno vuol farmi del male, lo faccia pure. Sono sempre convinta che gira e rigira ritorna tutto a chi l’ha fatto, che se ne renda conto oppure no.

Si riparte, si ricomincia, si… Niente, perché sono ancora qui. Ma vale aver trovato ancora motivi per andare avanti, nonostante tutto?

 

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Amo il mare, il rumore delle onde, la spiaggia. 
Detesto i quasi, i forse, i monosillabi. 
Dò peso alle parole.
Piango per un film, per un finale di un libro, per le persone che vanno via. 
Ho l’incazzatura abbastanza facile, ma mi basta un piccola parola per farmela passare, 
non riesco a tenere il muso alle persone a cui tengo.
Credo sempre che l’ultimo tentativo sia il penultimo, e credo che le cose belle non si ottengono se non si lotta.
Sono paranoica, impulsiva, sono tremendamente gelosa e sono lunatica. 
Sono per le cose complicate, ma non resisto a lungo. 
Non so dire addio.
Non sono un granché: né fisicamente né caratterialmente. Ci sono molte persone migliori di me. 
So solo che resto, resto se credo in qualcosa.
-Elizabeth Julie Shanti-