Io non mi chiamo Miriam.

Gli scrittori nordici hanno questo modo di raccontare la vita che non è pari ad altri.

E lo conferma anche questo libro, che parla di Auschwitz, di Ravensbrück, dei sopravvissuti e di coloro che hanno perso tutto in un modo diverso.

È una storia vera, ma allo stesso tempo non lo è.

Perché Miriam è una sopravvissuta, che si porta dietro il segreto del tradimento, il tradimento verso sé stessa, verso chi l’ha amata, un tradimento fatto per vivere, da chi della vita ha un pallido ricordo.

E come sempre, quando finisco un libro così intenso, sento che mi ha lasciato qualcosa dentro, ma sento soprattutto di averci lasciato dentro qualcosa di mio.

“Era piacevolissimo sentire il peso delle lenzuola, bianche e lisce, e della coperta tirata. La tenevano al suo posto ed era bello essere una persona che aveva un posto.”

Titolo: Io non mi chiamo Miriam

Autore: Majgull Axelsson

Traduttore: Laura Cangemi

Edizione: Iperborea, 2016

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Spezzoni di ricordi.

Ci sono alcune cose che ricordo talmente chiaramente che mi sembrano false.

Come per esempio, mio padre che il sabato sera mi asciugava i capelli davanti la tv.

E il sabato sera, quando io ero bambina, c’era sempre “Scommettiamo che…?”, una costante dei miei sabato prima di andare a dormire.

E sono i primi ricordi che ho di una persona come Fabrizio Frizzi, mi ricordava anche il mio papà, saranno stati gli occhialoni, quella folta massa di capelli neri, la pacatezza con cui conduceva quel programma, quel sorriso.

Poi è diventato la voce di Woody, e irrimediabilmente, chi si lega alla Disney e ai cartoni, diventava e diventa parte della mia vita.

Negli ultimi anni, Fabrizio Frizzi è stato la costante nelle serate passate con i nonni, con la nonna, che lo guardava sempre, lo chiamava per nome, e che, anche se sorda, rideva con lui.

Forse sono tutte queste cose che non smettono di farmi piangere da due giorni.

O forse è solo per la sensazione di perdita che un uomo così corretto, educato e umile lascia inevitabilmente dietro di se.

Non lo so. So solo che non riesco neanche guardare una foto, un video, leggere un’intervista che inizio a piangere.

Quante persone sfiorano le nostre vite e ne rimangono a margine? Quante invece lasciano una traccia così profonda e neanche ce ne accorgiamo?

Pagine e pellicole

Chiunque nella vita si sia mai appassionato a qualcosa, sa che ci possono essere cose per cui si va letteralmente in fissa, e cose che piacciono che possono anche essere una costante della tua vita. Al punto che continui ad amarle anche se le conosci a memoria.

Capita con quei libri che periodicamente torno a leggere, come se tornassi a casa. O con quelle serie che continuo a guardare nonostante tutto.

Ci sono serie che guarderei a ripetizione, che guardo a ripetizione, e su cui piango a ripetizione.

Come ER, nelle puntate in cui muore il dottor Greene, le prime puntate di una serie che mi hanno spezzato letteralmente il cuore.

Come le ultime puntate di Friends, dove la leggerezza della commedia non riesce ad annullare la tristezza dell’addio.

Come l’ultima puntata di Gilmore Girls, dove sembra finire definitivamente l’adolescenza, fai un tuffo nell’età adulta, e non sai neanche se ne potrai uscire indenne.

Come in Piccole Donne, quando Beth si accorge e comunica a sua sorella che non rimarrà a lungo con lei, continui a girare pagina dopo pagina sperando di non dover mai affrontare quel dolore, che invece ti colpisce, come un’onda. E dopo qualche anno, dopo qualche tempo ti accorgi che il dolore, quello vero, fa esattamente così, come fosse un colpo sotto la cintura.

Che ti lascia senza fiato, te lo fa riprendere, e poi ti atterra di nuovo. Come se non volesse mai smettere.

Forse sono così affezionata ad alcune pagine, ad alcuni racconti, perché raccontano esattamente quello che ho sentito, quello che sento, sono legati alla mia vita così come io sono legata a loro. E mi aiutano anche a trovare il modo per affrontare tutto nella maniera giusta, o almeno nella maniera migliore possibile.

Una persona non è altro che i suoi ricordi. Sono i suoi ricordi a renderla ciò che è.

Il mio dentro non corrisponde al mio fuori. [Molto forte, incredibilmente vicino.]

Ho aspettato tanto per poterlo leggere.

Avevo paura di quello che avrei potuto trovarci. E in realtà ci ho trovato più di quello che pensavo, ma anche meno di quello che avrei

Ho aspettato tanto per poterlo leggere.

Avevo paura di quello che avrei potuto trovarci. E in realtà ci ho trovato più di quello che pensavo, ma anche meno di quello che avrei immaginato.

Perché non è la storia di quello che è accaduto sulle Torri, è la storia di chi è sopravvissuto alle Torri, delle famiglie, delle vite che non sono state più le stesse. E probabilmente non lo saranno mai.

Tutto passa attraverso gli occhi di Oskar Schell, bambino autistico (o almeno credo) con difficoltà a relazionarsi col mondo esterno. Oskar, con un papà che cerca di aiutarlo a superarle,con un papà che è nelle Torri in quell’11 settembre. Un papà che muore in quelle Torri. E lascia Oskar e la sua mamma a fare i conti con la sua perdita, e con tutto quello che vuol dire.

Le grandi tragedie fanno sempre perdere il senso della piccolezza, come se fosse tutto troppo per poter pensare a ogni singola vita spezzata, a ogni famiglia che ha dovuto affrontare la perdita senza mai dover saper il perché.

Nessuna perdita ha un perché, ma la perdita dovuta a qualcosa di “stupido” come una dimostrazione di forza o un atto di terrorismo, come si affronta?

Come fa Oskar, forse.

Cercando un modo per non pensarci, e finendo a pensarci ancora di più. Cercando di non parlarne, e finendo a parlare di tutto quello che si è creduto di poter chiudere in qualche posto.

4 stelle.

A New York un ragazzino riceve dal padre un messaggio rassicurante sul cellulare: “C’è qualche problema qui nelle Torri Gemelle, ma è tutto sotto controllo”. È l’11 settembre 2001. Tra le cose del padre scomparso il ragazzo trova una busta col nome Black e una chiave: a questi due elementi si aggrappa per riallacciare il rapporto troncato e per compensare un vuoto affettivo che neppure la madre riesce a colmare. Inizia un viaggio nella città alla ricerca del misterioso signor Black: un itinerario ricco di incontri che lo porterà a dare finalmente risposta all’enigmatico ritrovamento e ai propri dubbi. E sarà soprattutto l’incontro col nonno a fargli ritrovare un mondo di affetti e a riaprirlo alla vita.


Titolo: Molto forte, incredibilmente vicino.

Autore: Jonathan Safran Foer

Traduttore: Massimo Bocchiola

Edizione: Guanda, Kindle Edition, Maggio 2013

Mancanze

Succede quando meno te lo aspetti.

Sei lì senza pensare a nulla, e il vuoto ti assale. Ti stringe la bocca dello stomaco e sembra voglia soffocarti.

Finché non fai un bel respiro. E sgorgano le lacrime.

Quando meno te lo aspetti.

Non puoi fare altro che assecondare quelle lacrime, lasciarle uscire e non lambiccarsi a capire il perché.

Non esiste un perché, esiste solo il tempo che passa. E che a volte, più che aiutarti, ti fa capire quanto ti manchi una voce, un odore, un abbraccio.

E stamattina va così.

Sarà la stanchezza, sarà il mal di testa che ho da due giorni.

Chissà.

Dell’arte di non farsi abbrutire

O come riuscire a non far morire la scintilla.

Come se poi si potesse parlare di scintilla, più una piccola scheggia di luce. Ma è quella capacità di riuscire a vedere piccoli sprazzi di bellezza nelle cose di tutti i giorni, quella capacità di vedere oltre la durezza delle persone, la possibilità di andare oltre l’apparenza, anche delle cose, e cercare di scoprire cosa c’è nel profondo.

Ho preso tempo fa la decisione di non permettere al mondo di cambiarmi, di lasciare inaridire l’anima presa dallo schifo.

Per questo continuo a leggere, a raccontare storie e inventare favole.

Libri, libri, libri.

Leggo da che ho memoria.

Ho imparato presto, incuriosita dalle parole sui fogli bianchi.

E per molto tempo sono stata convinta che l’unico modo di leggere fosse quello su carta, i libri, quelli “veri”, tutto il resto era solo finta, solo moda.

Finché non ho ricevuto il mio primo kindle in regalo. Con diffidenza, ma curiosa come Alice, mi ci sono avvicinata. Neanche ricordo il primo libro che ci ho letto su, ma da allora ho capito che non esiste differenza tra supporti cartacei o meno. Che le parole e i libri hanno lo stesso fascino (o fanno lo stesso schifo).

Ho perso il conto di quanti libri ho letto su kindle e quanti cartacei, quasi non noto più la differenza.

La nota la mia borsa, in effetti, che smette di essere un macigno, e le sue cuciture che smettono di soffrire.

Il passo successivo, l’audiolibro, sarebbe stato facile, ma anche quello era completamente fuori dal mio raggio di attenzione.

Fino a che non ci è entrato a forza. Trascinato da quello che per me funziona come un richiamo irresistibile. Harry Potter. E allora se la Salani pubblica La Pietra Filosofale letto da Francesco Pannofino, diventa qualcosa di magnetico.

Ho scaricato la app Audible, scaricato il mio primo libro e iniziato ad ascoltare.

Ed è una sensazione strana ascoltare qualcuno che ti legge un libro che tu conosci così bene da anticipare interi capitoli.

Ma è una sensazione altrettanto strana riuscire a capire piccole sfumature, afferrare dei piccoli particolari a cui non avevi mai fatto caso nelle 30 volte in cui hai riletto il libro.

E dopo le 19 ore dedicate a Harry Potter, ne ho passate altre 29 su Il mondo di Sofia, un’altra su L’occhio del Lupo, e sto cercando di ascoltare tutto il libro Ascolta il tuo cuore.

L’audiolibro è divertente, da ascoltare in macchina, mentre guidi, mentre sei in mezzo alla gente, è strano trovarsi in un altro mondo, come se stessi leggendo, mentre in realtà fai altro.

Peccato che la scelta di audiolibri italiani sia così limitata. E che non tutti i lettori abbiano la stessa capacità di coinvolgerti.

Non rinnoverò l’abbonamento ad Audible dopo questo mese di prova. Ma mi riservo il diritto di poterlo riattivare quando finalmente ne varrà la pena.