La famiglia Bélier

Cominciamo col dire che ho capito che a me i film francesi fanno piangere.

Ma non tre lacrime contate, proprio un pianto da allagare tutto a mo’ di Alice.

Mi è successo con Les choristes, con Quasi Amici, con Vento di primavera, perché la famiglia Bélier avrebbe dovuto fare eccezione?

E infatti non l’ha fatta. Ho versato ogni lacrima che aspettasse dietro le ciglia di uscire.

La famiglia Bélier parla di una… famiglia, ovvio, ma una famiglia un po’ “strana”, perché sottoposta a diverse dinamiche.

Con i genitori e un fratello sordomuti, Paula Bélier (bélier, come montone) è la voce della sua famiglia. Degli altri, non la sua.

Così, quando per seguire il ragazzo che le piace, si trova a far parte del coro della scuola, scopre di avere una sua voce, non solo quella che presta agli altri. Una pepita d’oro allo stato grezzo, secondo il suo insegnante.

Comincia allora un percorso personale che la porta ad essere sempre più consapevole di quale può essere il suo posto nel mondo, e del fatto di avere una sua volontà.

Ma anche un percorso per i suoi genitori, che hanno sempre odiato quelli che sentono, perché sono diversi, e perché sono convinti di essere i migliori.

La famiglia Bélier ribalta le prospettive.

Chi non sente, chi non parla, guarda gli altri con sufficienza, perché gli manca qualcosa, qualcosa che non si può acquistare.

Paula Bélier è stata cresciuta come fosse una sordomuta, pur potendo sentire e parlare. E quanto è difficile imparare a sentire la propria voce, e a darle peso?

Dall’altra parte, quanto è difficile per i suoi genitori imparare a rispettar l’individualità di Paula? Non è la loro figlia, non solo, è una persona che ha bisogno di spiegare le sue ali e volare via.

Due scene che hanno definitivamente fatto a pezzi gli argini delle mie lacrime (e quante lacrime!):

il padre, Rodolphe Bélier, che vuole sentire la voce di Paula e la fa cantare, di notte, in mezzo ai campi, appoggiandole le mani sulla gola,

e Paula che canta e “traduce” la canzone per i suoi genitori col linguaggio dei segni.

Con la famiglia Bélier si ride (tanto!), ci si chiede se effettivamente sia il caso di definirsi “normali” quando ci mancano delle cose fondamentali come la consapevolezza di sé, e si piange (tanto!)

PS: la scena di “sordità” per lo spettatore è stupenda e tristissima allo stesso tempo. 

PPS: caro The Space che non mi metti il film in programmazione nei tempi giusti, ti odio!

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