L’essere soddisfatti di sé significa essere vili e ignoranti, ed è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotentemente, felici. [Flatlandia]

Ho sempre amato molto la “fredda” logica dietro la matematica e la geometria.

C’è un che di stranamente consolante e allo stesso momento spaventoso nel fatto che ogni cosa possa essere ridotta in numeri o equazioni. E che la realtà si possa rappresentare attraverso di essi.

La scoperta dell’esistenza di Flatlandia, quindi, mi ha turbato e attirato nello stesso tempo.

Sarei stata in grado di leggere qualcosa che parlasse di geometria senza farmi venire l’orticaria?

Ne avrei capito qualcosa?

Flatlandia è un libro diviso in due parti, narrato attraverso la voce di un Quadrato.

A Flatlandia non esiste la terza dimensione, tutto è largo e lungo… E basta. Tutto è piatto. Si vive in due dimensioni.

E già questo richiede un notevole sforzo mentale. Abbandona l’idea della terza dimensione. Pensa di vivere su un foglio.

A Flatlandia, tutto appare come una retta.

Quanta fatica ho fatto nell’immaginare un mondo piatto! Come tornare al liceo a far le proiezioni ortogonali di qualsiasi cosa. E lì, l’illuminazione.

Dicevo, Flatlandia è diviso un due parti.

Nella prima parte, il Quadrato-narratore ci racconta la vita di tutti i giorni a Flatlandia, la distinzione delle figure geometriche, la suddivisione sociale.

Alla base gli Isosceli, triangoli pericolosi, non regolari, con angoli acuminati.

Al vertice, i Circoli. Figure con lati talmente piccoli da essere praticamente trascurabili ed essere considerati come circonferenze.

Le donne sono sempre e solo linee rette.

A proposito delle donne di Flatlandia, leggermente permeato di maschilismo ‘sto librettino eh?!

Nella seconda parte, attraverso un sistema di visioni e di “apparizioni”, il nostro Quadrato fa l’esperienza di Linelandia, Puntolandia e Spacelandia, rispettivamente il mondo unidimensionale, adimensionale e tridimensionale.

Se le due dimensioni vi mettono in crisi, nulla possono Linelandia e Puntolandia. Pensare a una retta come un mondo vuol dire immaginare nessun’altra dimensione se non la lunghezza. Né destra, né sinistra. Né su, né giù.

Ma ancora peggio, Puntolandia: adimensionale, non esiste nulla se non il punto. E il Punto non concepisce altro che sé stesso, tanto da considerarsi un dio, un re, e l’essere perfetto.

Spacelandia finalmente è quasi pienamente accessibile: sono i solidi. Roba di tutti i giorni. Sfere e cubi, quasi divinità agli occhi di un Quadrato.

Che apre finalmente il suo pensiero e… Se ci fosse una Quarta dimensione?

La fine è abbastanza semplice da capire. Il ritorno a Flatlandia per il nostro povero Quadrato è quasi un trauma. D’altra parte lui Sa. Ma non riesce a spiegare né a convincere nessuno.

Flatlandia è un libro didattico, divertente e filosofico allo stesso tempo. Si ripete la geometria in maniera simpatica, ci si diverte a provare anche solo a immaginare un mondo diverso dalle tre dimensioni, si pensa alla situazione umana. Che di dimensioni, forse, ne ha quattro, ma che molto spesso si sente come il Punto.

Consigliato? Assolutamente sì. Anche a chi la matematica e la geometria l’ha sempre odiata.

Copertina Flatlandia

“Il mondo è una superficie piana come quella di una carta geografica, sulla quale i flatlandesi scivolano senza sovrapporsi. La loro è una società rigidamente gerarchica: la casta più vile è quella delle donne, semplici righette con sulla punta un occhio, come aghi; viste dall’altro estremo, le donne diventano invisibili, così che a loro basta rivoltarsi per scomparire. Se un maschio per caso si imbatte nell’invisibile didietro di una donna, può rimanerne trafitto, per ciò la legge impone alle femmine l’obbligo di dimenarsi sinuosamente, senza sosta, per evitare incidenti”.

Titolo: Flatlandia. Racconto fantastico a più dimensioni

Autore: Edwin A. Abbott

Traduttore: Masolino d’Amico

Edizione: Adelphi, 2011, Edizione Kindle

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