Signore e signori… [The Hunger Games – La trilogia]

“Felici Hunger Games e possa la fortuna essere sempre a vostro favore.”

Quando uscì il primo film della trilogia ero estremamente scettica.

Orfana di Harry Potter, un film che veniva paragonato e veniva designato come erede della “mia” Saga, mi faceva storcere il naso. E diventare “snob” nei suoi confronti.

L’ho snobbato al cinema e ignorato in libreria.

Poi, una mattina facevo zapping in tv e Hunger Games era appena cominciato. Pronta a confermare che la mia impressione alla cieca era esatta, mi ci metto a guardarlo.

Scena dopo scena, la storia degli Hunger Games, di Katniss, e il silenzio che riempie il film lì dove le immagini bastano a descrivere tutto, mi hanno conquistata. Letteralmente. Tanto che a poco più di metà, ero in ansia per la fine, e avevo dimenticato ogni idea.

Da lì la decisione di leggere la trilogia. In fondo, dopo libri e libri di mille pagine (l’uno), una trilogia di meno di 1500 pagine complessive non mi faceva certo paura.

Presi, letti e divorati in meno di una settimana, al netto degli impegni e dei problemi.

Hunger Games non è l’erede di Harry Potter. Hunger Games, forse, è una storia “scopiazzata” da storie precedenti e idee che si somigliano.

Ma Hunger Games ti prende e lega alle pagine. Ti lascia stordita, confusa e piuttosto in ansia, anche dopo che è finita l’ultima pagina dell’ultimo libro.

Il punto di vista è quello di Katniss Everdeen, sempre. Ogni avvenimento è filtrato dai suoi occhi, reinterpretato secondo le sue idee, distorto dalla sua comprensione. E inevitabilmente, forse, si finisce per vedere in questa protagonista una debolezza che non si riesce a superare.

Pagina dopo pagina, gli orrori degli Hunger Games si accumulano. Insieme a un punto di vista politico che diventa man mano più interessante. Il potere logora. Il potere ha in mano la vita e la morte dei più “piccoli” e dei più deboli. La propaganda serve solo a strumentalizzare gli avvenimenti, tant’è che le stesse cose, lette da un lato o dall’altro assumono una connotazione completamente diversa.

Sono ancora piuttosto scossa dalla fine, che non svelo in nessuna maniera, neanche sotto tortura.

Di una cosa però mi sono convinta. Mai dare retta a quello che dicono “i critici” che non vedono l’ora di etichettare qualcosa come erede di qualcos’altro. Come Harry Potter è una storia a parte rispetto al Signore degli Anelli, come Percy Jackson ha poco a che vedere con Harry Potter, così è Hunger Games. E forse è anche poco adatto agli adolescenti, perché quando gli Hunger Games diventano cruenti, il gioco della sopravvivenza è difficile.

Un difetto? Forse il finale leggermente “affrettato”.

Sicuramente il punto di vista unico e personale di Katniss, rende la storia interessante e “personale”, ma la Collins, per forza di cose, si trova costretta a saltare alcuni avvenimenti a piè pari, perché Katniss è in altri luoghi, e a riassumerli con flash back o racconti che, narrativamente parlando, confondono le idee.

Un punto di forza? La narrazione è scorrevole. Fatta di pensieri e sentimenti, fa scivolare le parole sul foglio e le dita sulle pagine, come poche storie riescono a fare. Riuscendo a non esser scontata, neanche nel finale.

 

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