Sotto il sole caldo della domenica pomeriggio tutti sembravano avere un’aria felice [Norwegian Wood]

2013-12-29 15.32.36  Uno dei piú clamorosi successi letterari giapponesi di tutti i tempi è anche il libro piú intimo, introspettivo di Murakami, che qui si stacca dalle atmosfere oniriche e surreali che lo hanno reso famoso, per esplorare il mondo in ombra dei sentimenti e della solitudine.

Norwegian Wood è anche un grande romanzo sull’adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli «altri» per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi.

Come il giovane Holden, Toru è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un’istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.

Più leggo Murakami, più mi accorgo che c’è qualcosa di vagamente ipnotico nel suo modo di scrivere.

Senza contare che il modo in cui affronta alcuni argomenti, anche difficili, in maniera naturale e spontanea, ti fa desiderare di poter, per una volta nella vita, pensare come un giapponese, avere quell’attenzione e quella lentezza che ti aiutano a riflettere ed apprezzare ogni lato della vita, invece che correre e affannarsi per non si sa bene cosa.

Ammetto la mia ignoranza sul giovane Holden (presto spero di poter colmare questa lacuna), ma Norwegian Wood, che l’autore lo volesse o meno, sembra una rilettura, in chiave moderna e nipponica, di David Copperfield di Charles Dickens. Senza però quel “buonismo” e quel lieto fine che in Dickens sembrano quasi una firma e un marchio obbligatorio.

C’è anche il compagno di università affascinante e senza morale che cerca di portare il nostro Toru/David sulla “cattiva strada”.

E, più ancora rispetto ai romanzi di Murakami che ho letto finora, qui la musica è un vero e proprio sottofondo continuo a quasi ogni vicenda. Si inizia con Norwegian Wood, richiamata anche dal titolo, e si continua con molti altri brani dei Beatles, con della musica jazz, e addirittura con della musica classica, Brahams, Mozart…

Leggere Norwegian Wood è un’esperienza che coinvolge non solo gli occhi, ma rende pronte le orecchie a “sentire” quella musica, e il tatto a percepire alcune sensazioni.

Un viaggio attraverso la maturazione di un ragazzo, che smette di essere ragazzo e diventa uomo. E si rende conto di dover scegliere, sempre e comunque, e di doversi assumere le responsabilità e le conseguenze delle sue scelte.

Solo una domanda, signor Murakami: non ho mica capito perché mi lascia sempre quel senso di ‘non-fine’ nei suoi romanzi. Le costava tanto continuarlo per una decina di pagine?

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