Toglietemi il mondo dalle orecchie, mi piacerà. Tappatemi gli occhi, morirò. [Il paradiso degli orchi]

Un eroe, Malaussène, che come lavoro fa il “capro espiatorio”. Una famiglia disneyana, senza mamme e babbi, con fratellini geniali, sorelle sensitive, una “zia” maschio protettrice di vecchietti, ladri e travestiti brasiliani, una “zia” femmina supersexy, ritratto irresistibile del giornalismo alla “Actuel”, una misteriosa guardia notturna serba, un cane epilettico. Questa esilarante banda di personaggi indaga su una serie di oscuri attentati, sull’orrore nascosto nel Tempio del benessere, un Grande Magazzino dove scoppiano bombe tra i giocattoli e un Babbo Natale assassino aspetta la prossima vittima. Un’altalena tra divertimento e suspence, tra una Parigi da Misteri di Sue e una Parigi post-moderna dove proliferano i piccoli e grandi “orchi” che qualcuno crede estinti. Degli orchi si può ridere o si può tremare. Uno scrittore d’invenzione, un talento fuori delle scuole come Pennac, non ha certo paura di affrontarli con l’arma che lui stesso così definisce nel libro: “l’umorismo, irriducibile espressione dell’etica”.
Stefano Benni

 

Pennac e il suo surrealismo.

Quando ti tuffi nel suo “paradiso degli orchi”, non sai neanche dove sei capitato. Sai di essere a Parigi, capisci di essere in un Grande Magazzino, ma poi?

Sai di vedere le cose dal punto di vista di Malaussene. Capisci, dopo un po’ lo ammetto, che la sua famiglia è un po’ stramba. Ma inizi ad adorarli tutti.

E ti trovi a scoppiare a ridere, a cercare di mangiare i gomiti per l’ansia di quello che dovrebbe succedere, a cercare gli indizi per risolvere il giallo.

Sì, perché di giallo si tratta, surreale, scompaginato, preda delle emozioni di Malaussene ma pur sempre un giallo.

E, quando sei sicura sia un giallo, perdi la cognizione dei confini, ti rimangono solo le parole, ti rimane solo Malaussene e le sue certezze.

L’idea del “capro espiatorio” di professione ha un che di geniale. Chi non vorrebbe qualcuno a cui poter addossare ogni colpa?

Credo che il surreale sia un genere letterario poco “comprensibile” a chi non ha una mente aperta e pronta a uscire dagli schemi, anche quelli più normali.

Forse qualcosa di vicino al fantasy. Forse è per questo che mi piace così tanto ora.

Sono piuttosto indecisa se guardarne il film, non so se riesce a rendere la bellezza del surreale che riempie queste pagine.

 

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